EFESTO

Il simbolo del festival

È superfluo dilungarsi su Efesto e sulle note mitico-biografiche che affastellano la sua figura. La sua iconografia caratteriale, il suo sognare attraverso il fare, il suo produrre sogni e opere mirabili, attraverso l’ingenua ostinazione mista alla pura collera non autolesionista, di un’azione martellante e non di una critica asfissiante, nell’ambito di una creazione contemporanea nel senso, sia di puro legame tellurico alla lettura del presente, sia per quanto concerne la vera contemporaneità temporale del sognare con l’agire e viceversa, insomma tutte queste caratteristiche lo avvicinavano simbioticamente al nostro umore e soprattutto carattere, che è proprio dei Campi Flegrei.

Tra l’altro Efesto è il Dio del fuoco, inteso come elemento di civiltà. Primordiale spinta alla cooperazione tra più soggetti verso un obiettivo. Una comunità che sorge e prolifera “’i travierzo” poiché in bilico, da secoli non alle falde, bensì propriamente dentro la fauce sommersa in parte emersa di un vulcano spento, ma attivissimo.

Efestoval non vuole intrattenere, come accade in tutta l’inutilità (che poi giustamente si attribuisce alla cultura e quindi siamo noi a dar ragione a quattro idioti che sostengono che la cultura non dà profitto e ce lo meritiamo) dello spettacolo contemporaneo e classico. Il marchio indelebile del festival vorrà essere questo: tanti piccoli Efesto, maniscalchi di meraviglie. Un teatro non regolato e adagiato alle manipolazioni della fama, che spesso inebetisce il pubblico che mastica opere melense con l’apparenza di pranzi pantagruelici per la presenza di personaggi noti. Un teatro di talento, che non ha bisogno d’altro.